Dottrina Monroe e Del Destino manifesto

 Dopo la Dottrina Monroe, che sanciva l'isolazionismo degli Stati Uniti rispetto alle potenze europee, emerse il concetto di Destino Manifesto. Questa idea, sviluppata nel XIX secolo, sosteneva che gli Stati Uniti avessero la missione di espandersi territorialmente e diffondere la loro forma di libertà e democrazia.

Il Destino Manifesto giustificò l'espansione verso ovest, l'annessione del Texas, la conquista della California e altre acquisizioni territoriali. Fu anche utilizzato per legittimare l'intervento americano in altre regioni, contribuendo alla crescita della potenza statunitense.

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  1. Introduzione alla Dottrina Monroe e al Destino Manifesto

    • Dottrina Monroe (1823): Presentazione della dottrina che definiva l'America Latina come area di influenza esclusiva degli Stati Uniti, respingendo l'interferenza europea. Legame con l'idea di un "continente libero" da potenze coloniali.

    • Destino Manifesto (1845): Espansione degli Stati Uniti verso ovest come parte di una missione divina, un tema che ha giustificato l'acquisizione di nuovi territori, anche con l'uso della forza.

  2. La Guerra Fredda e la Dichiarazione di una "Battaglia Ideologica"

    • La lotta tra democrazia e comunismo: Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno ripreso la narrazione di essere difensori della libertà e della democrazia contro l'avanzata del comunismo sovietico, un tema che si riflette in molte delle politiche di intervento in America Latina, Asia e altre regioni del mondo.

    • Il libero mercato come antitesi al socialismo: L'America ha promosso il libero mercato come sistema economico ideale, contrastando il comunismo e il socialismo come modelli "fallimentari".

  3. Il Nuovo Ordine Mondiale Post-Guerra Fredda

    • Globalizzazione e Hegemonia del Libero Mercato: Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro posizione di superpotenza economica, esportando il modello capitalistico liberale e democratico attraverso istituzioni internazionali come l'OMC, la NATO e il FMI.

    • Nuove sfide ideologiche: Con l'ascesa della Cina e la crisi economica globale del 2008, la narrazione del libero mercato come sistema perfetto ha subito alcune sfide, ma gli Stati Uniti continuano a promuoverlo come la via maestra per la prosperità globale.

  4. Rilettura Contemporanea: La "Guerra Ideologica" del XXI Secolo

    • Conflitto con il "nuovo autoritarismo": Con l'ascesa di potenze come la Cina e la Russia, gli Stati Uniti stanno adattando la loro narrazione per includere non solo la difesa della democrazia contro il comunismo, ma anche contro il "nuovo autoritarismo" che sfida i principi liberali.

    • Il ruolo delle tecnologie e della sovranità digitale: La battaglia ideologica si è anche spostata nel dominio digitale, con gli Stati Uniti che promuovono la libertà di internet, mentre potenze come la Cina si concentrano sulla sorveglianza e sul controllo delle informazioni.

  5. Conclusione

    • Sintesi della continua evoluzione della narrazione ideologica americana, con riflessioni su come le sfide geopolitiche, economiche e tecnologiche stanno modellando la "missione" degli Stati Uniti nel mondo contemporaneo.

Con questo schema, potresti coprire i principali aggiornamenti della narrazione ideologica americana in modo conciso e chiaro. Che ne pensi? Vuoi esplorare qualche punto in modo più dettagliato?

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"Il destino dell’Impero"

Da Monroe a Trump: la missione ideologica degli Stati Uniti tra universalismo, guerre e paradossi

1. Introduzione alla Dottrina Monroe e al Destino Manifesto

Dottrina Monroe (1823)
La Dottrina Monroe è uno dei pilastri della politica estera americana, annunciata dal presidente James Monroe nel 1823. Essa stabiliva che l'emisfero occidentale (composto principalmente dall'America Latina) sarebbe stato considerato zona di esclusiva influenza degli Stati Uniti. Monroe avvertiva le potenze europee di non interferire con gli stati indipendenti dell'America Latina, ritenendo che qualsiasi tentativo di colonizzazione o di ingerenza sarebbe stato visto come un atto ostile verso gli Stati Uniti.

Questa dottrina non solo segnava l'inizio di una politica di non intervento europeo nell'America Latina, ma anche il consolidamento dell'idea che gli Stati Uniti fossero il "guardiano" della libertà e della sovranità nei continenti americani. In questo contesto, la Dottrina Monroe divenne simbolo di un'ideologia che associava il destino politico e geografico degli Stati Uniti a una missione di difesa dell'indipendenza e della democrazia, tanto nell'emisfero occidentale quanto globalmente.

Destinazione Manifesto (1845)
Il Destino Manifesto è un concetto che ha avuto un impatto fondamentale sulla cultura politica degli Stati Uniti, soprattutto nel XIX secolo. Adottato come argomento dai sostenitori dell'espansione verso ovest, questo principio sosteneva che gli Stati Uniti erano destinati a estendere il proprio territorio attraverso il continente nordamericano, fino all'Oceano Pacifico. Non si trattava solo di una questione geografica, ma anche di una "missione divina" di portare la civiltà, la democrazia e il libero mercato agli altri popoli, spesso giustificando l'acquisizione di territori, anche a costo di conflitti con le popolazioni indigene e con altre potenze coloniali, come il Messico e il Regno Unito.

Il concetto di "Destino Manifesto" si lega indissolubilmente all'idea che gli Stati Uniti fossero chiamati a svolgere un ruolo speciale nel mondo, quello di far progredire l'umanità in un modello di governo democratico e liberale. L'espansione verso ovest non era vista solo come un processo territoriale, ma come un compito superiore di natura spirituale e storica.


2. La Guerra Fredda e la Dichiarazione di una "Battaglia Ideologica"

La lotta tra democrazia e comunismo
Con l'inizio della Guerra Fredda, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti emersero come difensori globali della democrazia liberale contro il comunismo sovietico. La guerra ideologica tra il blocco occidentale, guidato dagli Stati Uniti, e il blocco sovietico, guidato dall'Unione Sovietica, divenne il tema centrale della politica internazionale del XX secolo. In questo contesto, gli Stati Uniti utilizzarono la retorica della "lotta tra democrazia e tirannia" per giustificare una serie di interventi geopolitici e militari in tutto il mondo, dall'Europa all'Asia, fino al Medio Oriente.

Il concetto di "difesa della democrazia" divenne così un argomento fondamentale per la politica estera americana, con l'idea che la democrazia, come forma di governo, fosse non solo il miglior sistema possibile, ma anche un modello universale da esportare. Gli Stati Uniti si presentarono come paladini della libertà, impegnandosi a contenere l'espansione del comunismo sovietico attraverso alleanze, interventi militari diretti (come la Guerra di Corea e la Guerra del Vietnam) e l'uso di strumenti economici come gli aiuti tramite il Piano Marshall, che avevano lo scopo di sostenere i paesi europei contro l'influenza sovietica.

Il libero mercato come antitesi al socialismo
Un altro pilastro della narrazione ideologica degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda fu la contrapposizione tra il sistema capitalista e il socialismo. Mentre il socialismo e il comunismo erano visti come minacce alla libertà individuale e alla prosperità economica, il capitalismo e il libero mercato erano promossi come i principi fondanti di una società aperta e progressista. La visione americana prevedeva che il libero mercato, basato sulla competizione e sull'iniziativa individuale, fosse l'unico sistema in grado di garantire la crescita economica e la libertà personale.

Questa visione del capitalismo si scontrava direttamente con le teorie economiche marxiste, che proponevano un controllo centrale dell'economia e un'organizzazione sociale basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. La narrativa americana non solo condannava il sistema sovietico come inefficiente e totalitario, ma anche come incompatibile con i diritti umani, la libertà politica e il benessere delle popolazioni. Il libero mercato, dunque, non era solo un sistema economico, ma anche un veicolo per la promozione di un ordine politico liberale, che si opponeva direttamente alla "tirannia" socialista.


3. Il Nuovo Ordine Mondiale Post-Guerra Fredda

Globalizzazione e egemonia del libero mercato
Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti si trovarono nella posizione di unica superpotenza mondiale. Questo momento segnò la fine del bipolarismo e l’affermazione di un nuovo ordine globale a guida americana. In questo contesto, la narrazione ideologica si adattò: non più una guerra fredda tra modelli contrapposti, ma un’espansione apparentemente pacifica dell’ordine liberale occidentale su scala globale.

Il libero mercato divenne il paradigma economico dominante. Le istituzioni internazionali — come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale — promossero politiche di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione, spesso presentate come “condizioni necessarie” per lo sviluppo. Gli Stati Uniti non si limitarono a sostenere queste istituzioni: le usarono attivamente come strumenti di proiezione ideologica, consolidando il proprio modello come riferimento globale.

Questa fase è stata spesso raccontata come “la fine della storia”, secondo l’interpretazione di Francis Fukuyama: con la vittoria del capitalismo e della democrazia liberale, ogni alternativa sistemica appariva sconfitta. L’ideologia americana si trasformò così in un progetto globale di “normalizzazione” dell’economia e della politica, in cui ogni paese avrebbe dovuto convergere verso un unico modello: quello democratico-liberale e capitalista.

Nuove sfide alla narrazione dominante
Tuttavia, già alla fine degli anni ’90 e ancor più dopo la crisi finanziaria del 2008, cominciarono ad emergere segnali di crisi nell’ordine liberale. Le diseguaglianze globali aumentavano, molti paesi accusavano il modello imposto dalle élite occidentali di aver prodotto instabilità economica e politica, e si affermavano nuovi poli di potere, come la Cina, capace di coniugare crescita economica e autoritarismo politico.

La crisi del 2008 fu un momento spartiacque. Mentre le economie occidentali entravano in recessione e affrontavano ondate di populismo, la Cina consolidava il proprio ruolo di potenza emergente, proponendo un modello alternativo, non più ideologicamente comunista, ma fondato su una forma di capitalismo di Stato. Questo rappresentava una sfida diretta alla narrazione americana: l’idea che democrazia liberale e libero mercato fossero indissolubilmente legati veniva rimessa in discussione.


4. La narrazione americana nel XXI secolo: tra democrazia, sicurezza e nuovo autoritarismo

La “guerra al terrore” e il ritorno della missione salvifica
Dopo l’11 settembre 2001, la narrazione ideologica americana ha subito un nuovo adattamento. Il nemico non era più il comunismo, ma il “terrorismo internazionale”, incarnato principalmente dall’Islam politico radicale. In questo contesto, l’interventismo militare tornò in auge con una forte connotazione morale: esportare la democrazia divenne nuovamente una missione salvifica, ma questa volta contro il fondamentalismo e gli “Stati canaglia” (rogue states), ritenuti minacce all’ordine mondiale.

L’invasione dell’Iraq (2003), giustificata con argomenti legati alla sicurezza e alla promozione della democrazia, rappresenta uno degli esempi più chiari di questa trasformazione narrativa. Anche in assenza di prove concrete sulle armi di distruzione di massa, l’amministrazione Bush costruì un discorso pubblico fondato su un binomio ideologico: la libertà contro il fanatismo, l’Occidente razionale e democratico contro l’Oriente oscuro e tirannico.

La nuova rivalità sistemica: USA vs Cina e Russia
Negli ultimi anni, la narrazione americana si è nuovamente aggiornata: il terrorismo non è più il nemico centrale. Al suo posto, è riemersa una logica di confronto tra “sistemi”, con la Cina e la Russia descritte come principali sfidanti dell’ordine internazionale liberale. La Cina, in particolare, è oggi rappresentata come un pericolo strategico, economico e ideologico. La sfida non è più solo militare o commerciale, ma anche valoriale: autoritarismo digitale, capitalismo di Stato, sorveglianza e controllo sociale vengono contrapposti alla democrazia liberale, ai diritti umani e all’economia di mercato.

Così, si torna a una narrazione dicotomica: la “libera società” contro i regimi autoritari, il pluralismo contro il partito unico, l’individuo contro lo Stato. Questo discorso trova oggi espressione anche nella retorica sulle tecnologie: chi controllerà l’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali, i dati globali, controllerà il futuro dell’umanità. La posta in gioco è presentata come una scelta di civiltà, un nuovo destino manifesto, questa volta non territoriale ma digitale, valoriale, globale.


5. Conclusione: un’ideologia che cambia forma, non sostanza

Dalla Dottrina Monroe al confronto con la Cina, la narrazione ideologica degli Stati Uniti ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento. Cambiano i nemici, cambiano i contesti storici, ma resta costante il presupposto di fondo: gli Stati Uniti si percepiscono — e si presentano — come portatori di un modello universale di libertà, progresso e ordine. La missione salvifica, che un tempo giustificava l’espansione territoriale verso ovest, ha assunto connotazioni geopolitiche, militari, economiche e persino tecnologiche.

Democrazia contro comunismo, libero mercato contro dirigismo, diritti umani contro autoritarismo: queste dicotomie hanno alimentato un discorso strategico che legittima l’interventismo e l’egemonia americana non come dominio, ma come "dovere morale". Un dovere che, nel corso dei secoli, ha giustificato guerre, alleanze, crisi e riconfigurazioni dell’ordine mondiale.

Eppure, proprio la persistenza di questa narrazione, nella sua pretesa universalistica, è oggi oggetto di contestazione. In un mondo multipolare, dove più modelli di sviluppo, di potere e di organizzazione sociale competono legittimamente sulla scena globale, la visione americana rischia di apparire più come una forma di ideologia imperiale che come una reale apertura al pluralismo dei futuri possibili.

Un paradosso emblematico di questa fase storica è rappresentato dalla svolta “trumpiana”: i tradizionali campioni del libero mercato negli Stati Uniti si scoprono fautori di dazi, sanzioni, barriere commerciali, nel nome della difesa degli interessi nazionali; mentre la Cina, storico avversario socialista, si propone come paladina della globalizzazione e della cooperazione economica multilaterale. In questo scenario, le categorie ideologiche tradizionali sembrano rovesciarsi, confermando che più che una coerenza di principi, la narrazione americana segue una logica di adattamento strategico alla posizione egemonica da difendere.

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Il paradosso dell’Impero

Democrazia, dazi e destino manifesto nel racconto americano del mondo

1. Le origini: Monroe e il destino manifesto
La narrazione ideologica americana ha le sue radici nel XIX secolo, con la Dottrina Monroe (1823), che sanciva la chiusura delle Americhe all’ingerenza europea e rivendicava il continente come sfera di influenza statunitense. Non un’ideologia universale, ma una logica di autodifesa imperiale, giustificata dal principio “America agli americani”.

Pochi decenni dopo, questo isolamento si trasforma in espansionismo con il concetto di “Manifest Destiny”, il “destino manifesto” degli Stati Uniti a espandersi verso ovest. La conquista territoriale è ammantata di valori: civilizzazione, progresso, libertà. La missione è già chiara: gli Stati Uniti non solo possono, ma devono guidare il mondo verso un ordine nuovo.

2. La Guerra Fredda: la missione diventa globale
Con la fine della Seconda guerra mondiale, la narrazione assume un respiro planetario. Gli Stati Uniti si pongono come baluardo della libertà contro il comunismo sovietico. Non si tratta più di difendere un continente, ma di salvare il mondo. La divisione del pianeta in due blocchi ideologici — democrazia liberale vs socialismo reale — permette alla potenza americana di legittimare guerre, colpi di Stato, sanzioni e interventi sotto la bandiera della libertà e del libero mercato.

La CIA e il Pentagono agiscono per “contenere il comunismo”, mentre Hollywood e le università esportano il sogno americano. La narrazione diventa totalizzante: essere liberi significa essere americani. Il dissenso interno e internazionale viene spesso ridotto a minaccia alla “way of life”.

3. Dopo la Guerra Fredda: il mondo unipolare e la “fine della storia”
Con la caduta dell’URSS, l’ideologia americana sembra trionfare. Francis Fukuyama parla di “fine della storia”: il modello liberaldemocratico si presenta come destino inevitabile dell’umanità. La narrazione si fa ottimista e inclusiva: la globalizzazione porterà benessere, pace e libertà a tutti. Il libero mercato diventa il nuovo dogma universale.

Tuttavia, questa narrazione unipolare si incrina rapidamente. Le crisi finanziarie, le guerre umanitarie (Jugoslavia, Iraq, Libia), l’11 settembre, mostrano che il disordine cresce anche sotto l’egemonia americana. Ma il racconto si adatta: gli USA non sbagliano mai, semmai gli altri non sono ancora pronti alla democrazia.

4. Il XXI secolo: tra sicurezza, tecnologia e nuovo autoritarismo
Dopo l’11 settembre, il nemico non è più il comunismo ma il terrorismo. L’invasione dell’Iraq (2003) ne è il simbolo: si esporta la democrazia con i bombardamenti. La dicotomia cambia volto: libertà contro fanatismo, Occidente razionale contro Oriente oscuro. Il tutto ammantato da retorica morale, ma funzionale agli interessi geopolitici ed energetici.

Negli ultimi anni, torna lo scontro tra modelli: la Cina e la Russia diventano le nuove minacce sistemiche. Il conflitto si sposta su valori, dati, tecnologie. Chi controlla l’AI, il 5G, le valute digitali, avrà il futuro. Il destino manifesto si aggiorna: non più espansione territoriale, ma dominio digitale e normativo.

5. Conclusione: il libero mercato a geometria variabile
Dalla Dottrina Monroe al confronto con Pechino, la narrazione americana ha mantenuto intatta la sua ossatura: una missione universale che giustifica l’egemonia. Cambiano i linguaggi, si rovesciano i ruoli, ma resta il principio: l’America è guida, maestra, giudice del mondo.

Oggi però questa ideologia mostra crepe evidenti. Il “paradosso trumpiano” rivela tutta la sua ambiguità: chi ha sempre difeso il libero mercato alza dazi, impone sanzioni e riscrive regole a uso interno; mentre la Cina, storicamente statalista, si propone come garante della globalizzazione e del libero scambio. Le categorie si ribaltano, ma il cuore dell’ideologia resta: non è la coerenza, ma il primato ciò che la narrazione americana mira a salvare.

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Dottrina Monroe Tutti la invocano ma non esiste più

Tutto iniziò con il discorso del 1823 in cui il presidente James Monroe intimava gli europei di tenersi lontani dal nuovo continente. Quel principio servì a giustificare le ingerenze statunitensi in America Latina. Oggi però è un guscio vuoto

Corriere della Sera

7 Dec 2025

Da Parigi MANLIO GRAZIANO

Dopo aver fatto l’imprenditore immobiliare e lo showman, Donald Trump si è lanciato in una nuova carriera: quella di «pirata dei Caraibi», ha scritto «El País America» in ottobre. Di fronte al colossale spiegamento di forze militari nella regione, all’assassinio premeditato di un’ottantina di presunti narcotrafficanti e alle minacce di invasione del Venezuela, i commentatori di tutto il mondo — e gli stessi dirigenti statunitensi — si sono precipitati a riaprire i polverosi bauli della storia per ripescare quella che, per loro, è la spiegazione: gli Usa tornano ad applicare la «dottrina Monroe».

Lo storico francese Lucien Febvre considerava l’anacronismo «il peccato dei peccati, di tutti i peccati il più irremissibile». Si potrebbe chiosare che, se per gli storici e per i commentatori è essenzialmente un peccato di cattivo gusto, che lede la loro credibilità, per i politici è un vero peccato mortale.

Il presidente americano James Monroe pronunciò il suo famoso discorso — reinterpretato più tardi come «dottrina» — 202 anni fa, quando gli Stati Uniti erano una giovane repubblica di 26 Stati, praticamente disarmato: la taglia del suo esercito era 16 volte inferiore a quella dell’esercito britannico e 8 volte più piccola di quello francese. In quel discorso, scritto dal suo segretario di Stato, John Quincy Adams, in sostanza Monroe ammonì gli europei a non rimettere piede sul continente americano dopo esserne stati cacciati nell’ondata di decolonizzazione in gran parte dell’America Latina tra il 1810 e il 1822.

In quel 1823, la preoccupazione maggiore era che i francesi, imbaldanziti dopo aver schiacciato la rivoluzione liberale in Spagna e rimesso sul trono Ferdinando VII, volessero proseguire sullo slancio, attraversare l’oceano, e restituire al re Borbone anche le colonie americane. Monroe certo non voleva i francesi di nuovo tra i piedi sul continente; ma soprattutto non lo volevano i britannici, che infatti schierarono la loro possente flotta non tanto a sostegno delle velleità di Monroe quanto a difesa dei loro possedimenti in quello stesso continente.

Fu, di fatto, la Royal Fleet a disarcionare le ambizioni di Parigi. Per questo, pur essendo anch’essi — volenti o nolenti — europei, i britannici ritennero che il monito di Monroe non li riguardasse: dopo il 1823, non solo non se ne andarono dalle Americhe, ma aggiunsero al loro impero altre due colonie, in Honduras e nelle isole Malvinas, ribattezzate Falkland.

Solo dopo la fine della guerra civile, nel 1865, il discorso di Monroe fu innalzato al rango di «dottrina». Il primo a farlo fu William Seward, segretario di Stato, quando, nel 1867, i francesi furono costretti ad abbandonare il Messico che avevano invaso approfittando della guerra di secessione; Seward affermò che «la dottrina Monroe, fino a otto anni fa semplicemente una teoria, è ora un fatto irreversibile». Quello stesso anno gli spagnoli abbandonarono Santo Domingo; i russi si ritirarono dall’Alaska (in quello che fu il primo accordo russo-americano contro

L’evoluzione Il discorso di Monroe fu innalzato al rango di dottrina nel 1867, dopo la guerra civile, dal segretario di Stato William Seward

i britannici), e Londra decise di unificare i territori a nord della frontiera con gli Usa creando il Dominion of Canada. Lo stesso Seward si spinse fino a dichiarare che «la futura capitale del Nordamerica dovrebbe essere Città del Messico».

La «dottrina Monroe» fu invocata di nuovo nel 1898, per giustificare la guerra contro gli spagnoli per Cuba. Ma un altro segretario di Stato, Richard Olney, aveva già riconosciuto tre anni prima che «oggi, gli Stati Uniti, sono praticamente sovrani sull’intero continente». Nel 1904, il presidente Theodore Roosevelt aggiunse alla dottrina un esplicito «corollario» che prevedeva il diritto degli Stati Uniti di intervenire in America Latina in casi di «illeciti (wrongdoing) flagranti e cronici da parte di un Paese latinoamericano». La «dottrina Monroe», leggiamo sui libri di storia, divenne un dispositivo-chiave della grand strategy americana del XX secolo. Vi leggiamo anche che fu invocata per l’ultima volta all’inizio degli anni Sessanta dal presidente John Kennedy in occasione della «crisi di Cuba». Poi, distratti dal Vietnam, dal Watergate e infine dalla sconsiderata ubriacatura del fantomatico «mondo unipolare» dopo il crollo dell’Urss, fu semplicemente dimenticata. Certo, fino agli anni Ottanta, Washington fece di tutto per tenere gli investimenti tedeschi e giapponesi lontani dal «giardino di casa» latinoamericano, ma lo fece attraverso un approccio bilaterale: brusco, sì, ma mai accompagnato da un richiamo esplicito a James Monroe.

Nel corso di questo secolo, la «dottrina» si è svuotata dall’interno, conseguenza del declino relativo degli Stati Uniti. Segno annunciatore del progressivo allentamento del controllo dell’America Latina, e in particolare dell’America del Sud, fu la cosiddetta pink tide, la «marea rosa» che vide una serie di governi «di sinistra» accedere al potere in molti di quei Paesi. Gli orfani inconsolabili delle mitologie «socialiste», dopo essere rimasti aggrappati per un decennio ai brandelli del fantasma rivoluzionario di Cuba, si ringalluzzirono all’apparizione di nuovi caudillos populisti come Hugo Chávez in Venezuela, Lucio Gutiérrez in Ecuador o Evo Morales in Bolivia, e perfino al ritorno di un altro caudillo collaudato, Daniel Ortega in Nicaragua. Anche se con una sfumatura di rosa più pallido, alla dinamica della pink tide contribuirono anche Tabaré Vázquez in Uruguay, Rafael Correa in Ecuador, Michelle Bachelet in Cile, Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, i due Kirchner in Argentina (Néstor e poi sua moglie Cristina Fernández), e perfino un ex vescovo, Fernando Lugo, in Paraguay. Nel 2008, in Sudamerica, solo la Colombia non era tinta di rosa.

Quello slittamento politico non era un’avvisaglia di «socialismo», ovviamente, ma la prova dell’emancipazione ormai definitiva del subcontinente dalla dottrina Monroe e dai suoi corollari: le classi dirigenti di quei Paesi dichiaravano di voler d’ora in poi scegliere i propri partner senza temere invasioni o colpi di Stato.

E così fu. Le sinistre, esaurito il loro compito, sono state qua e là rimpiazzate da altre coalizioni, alcune si sono incancrenite al potere, altre sono tornate invecchiate e imbolsite, altre ancora — in Colombia — tentano le loro chance. Ma, al di là del trambusto elettorale, il Sudamerica è ormai entrato nell’orbita economica della Cina: il gigante asiatico è oggi il primo partner commerciale di tutti i Paesi del subcontinente, anche se vi investe molto poco, lasciando questo campo ancora al dominio degli Stati Uniti.

Che cosa vuole, allora, il nuovo «pirata dei Caraibi»? Nessuno lo sa veramente, e quindi tutti tirano a indovinare. In seno all’amministrazione, c’è chi, attaccando Nicolás Maduro, vorrebbe colpire di sponda la Cina, indebolendola là dove potrebbe essere più vulnerabile; c’è chi, invece, vorrebbe semplicemente dimostrare urbi et orbi chi è il più bullo del reame; e chi, infine, pensa veramente di potersi «riprendere» l’America Latina, nella prospettiva di una nuova spartizione del mondo in sfere di influenza, e straparla quindi di una riedizione della «dottrina Monroe». Il rischio maggiore è quello — lì come altrove — di ottenere proprio il risultato opposto: spingere tutti ancora più nelle braccia della Cina.

«Concentrarsi sull’emisfero occidentale», come si legge qua e là, è solo il rigurgito di un sogno maldigerito vecchio di 202 anni; un sogno che, trasposto nel 2025, diventa peccato mortale ed è destinato a trasformarsi in incubo.

Il declino Usa addio: il Sudamerica è ormai entrato nell’orbita economica della Cina, che qui è il primo partner commerciale di tutti i Paesi

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Publication:Corriere della Sera

Author:Da Parigi MANLIO GRAZIANO

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La formula

Corriere della Sera

7 Dec 2025


Con «dottrina Monroe» vengono indicati alcuni principi di politica estera, enunciati nel 1823 dal presidente statunitense James Monroe (17581831), in base ai quali gli Usa non avrebbero tollerato nuove colonie europee in America. Inoltre eventuali ingerenze europee negli affari interni delle nazioni americane sarebbero state considerate dagli Usa come una minaccia alla loro sicurezza; a sua volta Washington non sarebbe intervenuta in questioni politiche e conflitti europei. Alla dottrina Monroe si richiamò poi il presidente James K. Polk nel 1845 contro i tentativi di Francia e Regno Unito di impedire l’annessione agli Stati Uniti del Texas indipendente e, nel 1848, per prevenire la costituzione di un protettorato britannico nella penisola messicana dello Yucatán. La dottrina Monroe riprese vigore quando a Washington il Senato non ratificò l’adesione al patto della Società delle Nazioni (1920). Se la presidenza del democratico Franklin Delano Roosevelt optò per una «politica di buon vicinato» (1933-1945), nel secondo dopoguerra gli interventi militari statunitensi nella Repubblica dominicana (1965), a Grenada (1983) e a Panama (1989) sono stati nuovamente associati alla dottrina Monroe L’immagine Port of Spain, 30 ottobre 2025: la nave da guerra statunitense Gravely lascia il porto della capitale dello Stato caraibico di Trinidad e Tobago, prossimo alle coste del Venezuela (Afp)

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